di Fabio Cigognini
Nei miei corsi di Filosofia, sono sempre stato sorpreso dall’interesse suscitato dal tema del “pensiero della Riforma protestante”.
Uno degli aspetti che maggiormente suscita curiosità ed interesse, riguarda l’argomento della predestinazione. Questo mi ha indotto a precisare meglio tale questione, sovente soggetta a distorsioni teoriche ed imprecisioni dal punto di vista storico.
La predestinazione è indissolubilmente legata al nome di Giovanni Calvino, il Riformatore di Ginevra. Una certa storiografia tradizionale dipingeva Calvino come una sorta di signore assoluto della città elvetica, pronto a tenere prigioniere le coscienze influenzandole ed intimorendole con la dottrina della predestinazione. In tempi recenti, però, gli studiosi hanno rivisto questa rappresentazione, giudicandola una caricatura. Calvino, infatti, non era neanche cittadino ginevrino. Era nato in Francia e solo una serie molto complessa e articolata di vicende – che egli lesse sempre come volute dalla Provvidenza divina – lo condusse a Ginevra. Inoltre, i suoi rapporti con i ginevrini furono tutt’altro che distesi: in più di una circostanza fu espulso e successivamente richiamato.
Se Calvino ebbe un ruolo nell’adesione di Ginevra alla Riforma, questo fu dovuto essenzialmente al fatto che i cittadini di Ginevra riconobbero in lui quelle competenze teologiche ed organizzative in grado di gestire il delicato passaggio dal Cattolicesimo al Protestantesimo.
Anche per quanto riguarda la dottrina della predestinazione, gli storici hanno radicalmente rivisto il ruolo di Calvino. Possiamo riassumere in alcuni punti salienti i risultati a cui è approdato oggi il dibattito filosofico e storico intorno alla predestinazione.
1. CALVINO NON FU IL PRIMO E NEACHE L’UNICO A FORMULARE TALE DOTTRINA.
Della predestinazione, anche se in modi e con accenti diversi, parlano anche altri Riformatori, anzitutto Lutero e Zwingli. Procedendo a ritroso, dobbiamo dire che tale dottrina ricevette un’attenzione particolare lungo tutto il Medioevo. Solo per fare un esempio, nel IX secolo un monaco tedesco, Gotescalco di Orbais, formulò a tale riguardo delle tesi che ricordano da vicino il modo in cui Calvino parlerà della predestinazione. Nel V secolo ne parlava il grande Agostino d’Ippona (=Sant’Agostino), un Padre della Chiesa(1) che eserciterà un’influenza enorme sui Riformatori.
Ma già nel Nuovo Testamento, l’apostolo Paolo è l’autore che più di ogni altro parla della predestinazione, in modo particolare nel contesto delle sue riflessioni sul rapporto tra le comunità cristiane, di recente formazione, e l’Ebraismo. Quest’ultimo particolare ci rinvia ad una notazione interessante: se la “predestinazione” implica, in ultima analisi, una decisione di Dio, una sua scelta, prima ancora che l’essere umano possa decidere alcunché, allora tale concetto ci riporta, almeno indirettamente ed idealmente, all’elezione del popolo d’Israele, narrata nell’Antico Testamento. È dunque errato ritenere Calvino “l’inventore” della dottrina della predestinazione!
(1) Con l’espressione “Padri della Chiesa” intendiamo riferirci ai principali scrittori cristiani dei primi secoli, i cui insegnamenti erano ritenuti fondamentali.
2. NEL PENSIERO DI CALVINO LA PREDESTINAZIONE RIVESTE UN RUOLO MARGINALE.
È proprio così! Per Calvino la predestinazione non è assolutamente centrale! Anzi, per essere più precisi, essa riveste un ruolo strumentale, nel senso che Calvino se ne serve nel tentativo di rispondere alla seguente domanda: Dio vuole che ogni essere umano si salvi e per questo ha inviato suo Figlio, Gesù Cristo. Perché allora constatiamo che alcune persone rifiutano la salvezza donata da Dio? Una risposta possibile a questa domanda è la tesi – sostenuta da Erasmo da Rotterdam contro Lutero e, più genericamente, da tutta la tradizione cattolica – del libero arbitrio: la natura umana è sì corrotta in seguito al peccato originale, ma non a tal punto da annullarne la libertà. Gli esseri umani sono comunque in grado di scegliere tra la via del bene e quella del male. Lutero, Calvino e gli altri Riformatori sostengono al contrario un pessimismo antropologico radicale: la natura umana è totalmente danneggiata dal peccato originale, non è libera, bensì schiava del peccato e della malvagità (rinvio, per ciò che concerne questo tema in particolare, alla risposta di Lutero ad Erasmo, che trova spazio in un’opera intitolata appunto “Il servo arbitrio”). La risposta alla domanda sul perché alcuni rifiutano la salvezza non può dunque fondarsi, per i Riformatori, sulla libertà umana. Ecco, dunque, il motivo per cui, riallacciandosi agli autori che abbiamo ricordato al punto 1), Lutero e Calvino preferiscono abbracciare la tesi della predestinazione. È interessante notare, infine, come sia per Lutero che per Calvino, la
predestinazione non deve occupare troppo la mente dei credenti. Si ha come l’impressione, davanti a questa esortazione rivolta ai fedeli dai due principali protagonisti della Riforma, che essi stessi, forse, siano rimasti impressionati dall’esito a cui li ha condotti la loro indagine. Forse dobbiamo leggervi un invito a confidare nella misericordia divina sempre e comunque, più grande in ogni caso della ragione umana e dei suoi possibili cortocircuiti? Comunque, anche per le ragioni che abbiamo cercato di esporre brevemente, sia in Lutero che in Calvino, la predestinazione riveste un ruolo secondario. Saranno invece i discepoli di Calvino, a cominciare dal suo successore Teodoro di Beza e poi in modo particolare in Olanda nel XVII secolo, a esporre in maniera più sistematica ed organica la dottrina della predestinazione. Bisogna precisare però che, almeno per quanto concerne i Calvinisti olandesi del ‘600, vi è da subito stata una parte della Chiesa (Riformata) olandese che rifiutò di interpretare in modo rigido la dottrina della predestinazione, aprendo in tal modo la via a futuri sviluppi che tenteremo di riassumere nel prossimo punto.
3. GLI SVILUPPI.
Ogni organismo vivente, per potersi mantenere in vita, ha bisogno di svilupparsi e di trasformarsi, mantenendo al contempo quelle che sono le ragioni essenziali del suo esistere. È così anche per noi: per mantenerci in vita abbiamo bisogno di crescere, di svilupparci e di trasformarci; nessuno di noi può rimanere fermo ad una determinata età, pena la morte. Al tempo stesso però, nonostante tutti i mutamenti avvenuti, conserviamo la nostra identità: anche se non siamo più quelli di quando avevamo tre anni, abbiamo in ogni caso il sentore di essere la stessa persona e non un’altra. Il medesimo discorso può essere applicato ai fenomeni storici, in modo particolare a quelli che hanno dato luogo a realtà ancora esistenti (utilizzo spesso, a questo riguardo, l’immagine dell’albero e delle radici. La parte esposta e visibile di un albero non potrebbe esistere senza le radici, che non vediamo. Così funzionano i fenomeni storici: ciò che noi possiamo notare sono gli effetti a lunga distanza, che, a loro volta, rinviano alle “radici”, cioè ad eventi accaduti secoli fa, senza i quali non ci sarebbero le risultanze che oggi possiamo notare). Anche la dottrina della predestinazione ha conosciuto dunque uno sviluppo, che certamente non posso affrontare qui nella sua interezza. Desidero però esporre brevemente al riguardo il pensiero di colui che è considerato il più grande teologo protestante del XX secolo: Karl Barth. Cominciamo col dire che Barth, originario della Svizzera tedesca, è un Riformato, un “figlio spirituale” di Zwingli e di Calvino. Egli, nella sua monumentale opera di ricerca e di riflessione, aveva quindi un motivo in più per occuparsi del nostro tema. Il nucleo del suo pensiero al riguardo è il seguente: siamo tutti predestinati alla salvezza in Cristo Gesù! L’errore dei Riformatori è stato, secondo Barth, quello di pensare che Dio possa predestinare qualcuno alla dannazione eterna! Il suo pensiero è importante non solo perché egli costituisce un punto di riferimento imprescindibile per tutto il Protestantesimo contemporaneo (e non solo …), ma anche per la libertà che dimostra nel criticare i padri della Riforma. Barth in questo è un “vero” protestante: la Bibbia giudica la tradizione, anche e forse anzitutto la propria! (rinvio qui principio “Sola Scriptura”). Inoltre, nell’esporre la sua tesi, il teologo svizzero tiene conto della formulazione della dottrina della predestinazione nel corso della storia (cfr. punto 1). In modo particolare, egli sembra richiamarsi ad un grande scrittore di lingua greca vissuto tra il secondo e il terzo secolo d. C. che si chiamava Origene. Questi affermava che dopo il giudizio universale Dio avrebbe salvato tutta la creazione (anche la parte più malvagia di essa, cioè i demoni!), sottomettendola a sé. Attenzione, però! L’argomentazione di Origene non è di tipo morale (Dio, per Origene, non è un “buonista”, come si usa dire oggi), bensì ontologica: se anche un solo essere creato rifiutasse di riconoscere Dio anche dopo il giudizio finale, allora vorrebbe dire che Dio in qualche modo sarebbe “sconfitto”, il suo Essere non abbraccerebbe più tutta la creazione. Ma immaginare un Dio “sconfitto” alla fine dei tempi, che non riesce nell’impresa di essere “Tutto in tutti” – come afferma il Nuovo Testamento -, è ontologicamente impossibile. Anche se Barth non menziona esplicitamente la teoria di Origene sulla “riconciliazione/ricapitolazione universale” (in greco: “Apocatàstasis”, in genere è con questo termine che si è soliti definire la teoria di Origene), è in ogni caso riconoscibile il suo influsso. Qualcuno ora potrebbe domandare: Tutti salvi, dunque? Anche Hitler? Chi si pone sulla scia di Origene e di Barth, occorre precisare, non nega affatto che Dio assumerà il ruolo di giudice universale: chi ha commesso il male – e dunque tutti noi, in ultima analisi … – sarà oggetto di giudizio e persino di una punizione, che però – questo è il punto! – non può durare per l’eternità.
4. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE.
Al termine di questo breve excursus sulla predestinazione, penso che risulterà chiaro come sia riduttivo pensare che di questa questione si sia occupato solo Calvino, che sia lui “l’inventore” della dottrina della predestinazione. Come abbiamo visto, non è così. Anzi, direi di più: è quasi scontato che non sia così! Se svincoliamo, infatti, il discorso sulla predestinazione dall’ambito specifico della Riforma protestante, tentando di inquadrarlo in una cornice più ampia, ci accorgiamo che esso ha, in maniera diversa, impegnato la mente degli esseri umani di tutte le culture, poiché è strettamente collegato con una fondamentale questione antropologica, quella della nostra libertà e della nostra natura: l’essere umano è buono o cattivo? Fino a che punto è
libero di compiere il bene? È forse a volte costretto a fare del male, guidato come da una forza misteriosa a cui non è in grado sottrarsi? Non possiamo non porci queste domande, perché sono dentro di noi, ci caratterizzano in quanto esseri umani. Basti pensare ai fatti di cronaca nera, dove per gli imputati viene sovente richiesta la perizia psichiatrica. Ecco che, dietro a questi fatti
drammatici, si ripropone in modo evidente il rapporto tra libertà e volontà. Anche noi ci occupiamo della predestinazione! Certo, lo facciamo a partire da altri presupposti culturali. Nel XVI secolo non esisteva la psichiatria. La disciplina somma era la teologia: era dunque normale che anche la libertà e la volontà umana venissero inquadrate in termini teologici e che la dottrina della predestinazione fosse una delle possibili soluzioni.
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